Redazione di Vicenza ULSS:
U.O. Relazioni Esterne e Rapporti con la Stampa
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IL SENSO DEL NOSTRO AGIRE
In questi giorni ho avuto modo di leggere un pezzo di storia dell' Ospedale San Bortolo, quella che va dal 1968 alla fine degli anni `70, attraverso le pagine del periodico mensile "IL SAMBORTOLO" che il Dr. Igino Fanton, per moltissimi anni stimato Presidente dell'Ospedale San Bortolo, ci ha gentilmente messo a disposizione.
Ciò che si palesa subito agli occhi del lettore in questo stralcio di storia, è la progressiva crescita strutturale, tecnologica e professionale dell' Ospedale San Bortolo che lo porta a diventare in breve tempo Ospedale Regionale. Non traspare però solo questo ma anche una grande attenzione al personale, a tutto il personale senza distinzione di qualifiche o di ruoli.
Accanto a ciò l'evidente passione e l' orgoglio di dirigere e di far parte di questa struttura e soprattutto di questo processo di miglioramento e potenziamento della sanità vicentina, con tutto l'impegno possibile per servire meglio i pazienti e per infondere fiducia nell'Ospedale.
Ha radici profonde allora la sensibilità che anche oggi si ritrova nei nostri ospedali, al San Bortolo di Vicenza come al Milani di Noventa. Una attenzione riconosciuta dai pazienti - spesso con attestazioni dirette anche ai quotidiani locali - che si riflette in una organizzazione dei Servizi che vuole essere sempre più a misura di paziente. Una sensibilità tesa alla ricerca (il traguardo non è mai raggiunto) di umanizzare le cure ed in particolare il ricovero in ospedale. Un momento particolarmente difficile, in cui la perdita dei ritmi normali di vita, del controllo su se stessi, della vita familiare e della stessa privacy, accanto allo "scontro" con una Organizzazione non conosciuta e spesso non comprensibile, possono rendere il paziente meno collaborativo e a volte passivo nei confronti della malattia e dell'ambiente che lo ospita.
Una persona colpita da malattia ha sempre bisogno di ricostruire la propria vita sentendosi al centro del percorso di cura, di essere trattata con umanità e rispetto profondo. E, anche quando non è più il tempo della guarigione, ha bisogno di sentirsi presa per mano e accompagnata per il rimanente cammino. Per questo le dotazioni tecnologiche, per quanto avveniristiche e potentissime, da sole non bastano.
E forse ancora di più, in questo terzo millennio, dove le scoperte scientifiche e le loro applicazioni stanno raggiungendo traguardi impensati, è indispensabile vigilare affinché i nostri ospedali non si ammalino di "analfabetismo emotivo". Quel disturbo del comportamento che porta a considerare la relazione con la persona (paziente, ma anche operatore) meno importante dell'Organizzazione, degli apparati tecnologici o dei numeri di bilancio.
La capacità scientifica di curare la malattia (Terapia) e la capacità di alleviare il dolore, di confortare il malato, di essergli vicino e di farlo sempre sentire persona (Assistenza) non devono mai essere disgiunte. Avremmo perso il senso vero del nostro agire.
Il Direttore Responsabile
Antonia Basso
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