Redazione di Vicenza ULSS:
U.O. Relazioni Esterne e Rapporti con la Stampa
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Ospedale "Non luogo" ?
Riflettevo in questi giorni sull'importanza per ognuno di noi di sentirsi, anche in una società cosi individualista, collegato, ancorato, in relazione. Mi è accaduto di pensare a questo particolarmente in alcune occasioni. In un centro commerciale, in mezzo ai viaggiatori di una stazione ferroviaria o di un aeroporto, in attesa di un volo in progressivo ritardo. Tutti luoghi affollatissimi ma, mi è sembrato, di tante solitudini. Questo perché non vi era nessun contatto reale tra le persone, ciascuno sembrava muoversi senza percepire, direi quasi senza vedere, la presenza fisica dell'altro. Anche in situazioni di attesa, dove il problema è comune non ci si rivolge più a chi sta condividendo la medesima situazione. Il collegamento con un altro essere umano avviene invece con il cellulare o attraverso il web. Questi mezzi di comunicazione hanno rotto il legame che determinava i comportamenti e gli stili di vita in determinati ambienti. Stanno cambiando progressivamente il nostro modo di metterci in relazione, e, per assurdo, mentre ci collegano, ci isolano. Trasformano gli ambienti che hanno le caratteristiche per essere spazi di relazione in " non luoghi" secondo il concetto pensato già negli anni 90 dall'antropologo francese Marc Augè .
Mi accade a volte anche osservando le persone che entrano nel nostro ospedale. Migliaia ogni giorno. Ognuno assorto nei propri pensieri. Ciascuno con il proprio problema da risolvere, più o meno pesante. E mi chiedo : c'è il rischio che anche l'ospedale sia vissuto come "non luogo", cioè come spazio in cui ci si incrocia senza entrare in relazione, dove l'individuo perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare ad esistere solo ed esclusivamente come cliente o fruitore? È forse per scongiurare questo pericolo che sempre più spesso dobbiamo ricorrere alla parola "Umanizzazione" ?
Interrogativi che ci fanno capire come non si possa semplicemente lasciarci trascinare da uno sviluppo molto attento all'individuo ( soprattutto ai suoi consumi) ma che si dimentica della persona e dei suoi bisogni di senso e di relazioni vere. Non è il mio modello di società preferito quello in cui l'umanizzazione deve per forza essere essere "progettata" perché purtroppo non fa più intrinsecamente parte della relazione fra simili. In nome di questo progresso abbiamo corso tanto e abbiamo raggiunto traguardi ambiziosi, ma stiamo lasciando per strada qualcosa di fondamentale: l'umanità nelle relazioni con i nostri simili.
Sarebbe utile fermarci più spesso a riflettere su questo, qualsiasi sia la nostra professione o il nostro ruolo nella società. Ma specialmente quando, come nel nostro ambiente di lavoro, incontriamo sofferenze che cercano sollievo, sguardi che interrogano,domande che chiedono ascolto. È vero il mondo va di fretta, ma a volte non è questione di tempo. Bastano un saluto, un sorriso, una parola gentile per far capire alle persone che tu ci sei e sei li per loro. Dare umanità per essere umanità. In fondo è questo il bisogno più profondo. Le terapie anche le più eccellenti, senza umanità, non ci fanno sentire completamente guariti.
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